Svetlana Chekolaeva

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Poesie di Svetlana Chekolaeva tradotte da Paolo Statuti

 

Duetto

Di nuovo piove – tutto è bagnato,

Delle gocce sento il battito ritmato…

 

Un duetto di tamburo e violino

Mi ha svegliata di primo mattino.

 

Per non turbare questi suoni

In silenzio sono andata fuori.

 

E, in attesa dell’aurora,

Ho ascoltato ogni loro parola.

 

«Violino, neanche tu puoi dormire?» –

Chiese la pioggia che stava per finire.

 

«Per ubriacarmi non mi sei mai bastata…

Sapevo che saresti tornata!»

 

Dietro il loro dialogo l’alba non tarda,

Si è assopita la notte-maliarda.

 

L’aria del violino è cessata

E subito la pioggia se n’è andata.

 

2012

 

 

 

 

Ma io forse sono di un’altra vita

Ma io forse sono di un’altra vita,

Dove la gente crede nella bontà,

E dove l’anima e il cuore dell’Uomo

E i pensieri sono senza impurità?

 

Sono di là, dove non c’è sofferenza,

Dove il senso dell’onore sanno qual è,

Dove non recitano alcuna parte,

Ma ognuno è accolto così com’è.

 

Forse io sono di un altro pianeta,

Dove si fa la guerra con i fiori,

Dove l’anima vale più del denaro

E la gente sogna solo a colori;

 

Dove i bambini hanno mamma e papà,

Una calda casa, tutti contenti,

Senza pianto, bugie, senza inganni,

E non tradiscono amici e parenti…

 

…Io questo folle mondo non lo capisco,

Dovunque guardi – un conflitto eterno.

Dicono: il sole ha molte macchie,

Ma sono all’esterno, non all’interno.

 

Pulire l’anima è molto semplice,

E ognuno potrà, se l’avrà voluto.

Decidersi, cambiare non è mai tardi

Si può recuperare il tempo perduto.

 

Oh, vorrei in una vita con più luce,

Che brillassero di gioia occhi e menti,

Che la gente diventasse più buona

E imparasse a credere nei portenti!

 

2016

 

 

La vera vicinanza

 

La vera vicinanza non è il sesso, non è il letto,

Ma il respiro vicino di chi tu ami,

Le inquietudini e il trambusto di ogni giorno,

La tenerezza degli sguardi e delle mani.

 

La vera vicinanza è nell’unione degli animi,

Nella condivisione di successi e avversità;

E se a un tratto si versa l’inchiostro,

È occasione di sorriso e di felicità.

 

La vera vicinanza non è nel fuoco passionale,

Ma nel sostegno e nello zelo dello sposo,

Quando di notte si alza per cullare,

Per non disturbare il tuo riposo.

 

La vera vicinanza non è una montagna di fiori,

Ma un sorriso e il caffè a colazione,

È quando tu sei pronto a tutto,

Per costruire un «domani» migliore.

 

2016

 

La felicità ama il silenzio

 

Da tempo tutti conoscono questa verità:

Un giorno perderemo ciò di cui ci vantiamo.

Non per niente la felicità ama il silenzio,

Ma noi a volte lo dimentichiamo.

Gridiamo a destra e a sinistra

Ciò che accade nella nostra vita.

E l’invidia ci sta alle calcagna

E con l’odio nel cuore si affatica.

 

Non fate mostra della vostra felicità,

Farla tornare – difficilmente potrai!

A volte dietro le dolci frasi

Si celano pensieri affatto contrari.

Custodite la luce della felicità,

Non lasciate che si spenga pian piano.

Nel vortice delle futilità

Non sprecate la felicità invano.

 

Non considerate la felicità una merce,

Bevetela a cucchiaini solamente.

In un salvadanaio mettete questo dono,

E il vostro capitale crescerà notevolmente!

E per non mettere alla prova il destino,

A ognuno d’ora in poi bisogna ricordare

Che la felicità ama tanto il silenzio.

Non farla sentire, sussurrala… ai tuoi cari!

 

2017

 

Non sono una santa. Sono una come tante

 

Io sono come tutte le donne – tutt’altro che santa,

E non cerco di essere innocente, verificate,

A volte sorrido, sono triste, ridicola e piango,

E prego Dio per la gioia delle persone amate.

Porto la minigonna (anche se ho più di trent’anni),

Bevo vino e a volte anche un forte liquore.

Senza dieta, a colazione mangio solo un panino,

E come ognuna di voi, so che gusto ha il «dolore ».

Ma io sorrido quando voglio tanto piangere,

E cerco, se possibile, di vivere secondo il dovere.

Io non celo pianto e gioia dietro una maschera,

E anche ostacolata voglio il mio contegno mantenere.

Io sono come tutte le donne, tutt’altro che santa.

Mi condannino e mi brucino sul rogo.

Io vado avanti e raggiungo diverse altezze,

Perché amo la felicità che dentro di me trovo.

Sono una semplice donna – mamma, moglie e figlia,

Ma io attraverso l’inferno sulle gambe restando.

Non sono innocente. Ma nemmeno viziata.

Vivete la vostra unica vita «Ah!» esclamando.

 

2018

 

Ho in tasca il mare

 

Ho in tasca il mare,

Il sole ardente brucia le spalle.

Sono su uno yacht. A poppa

Agili scrosciano i delfini.

Profumo di iodio, di gioia, d’estate.

Sento i gridi dei grigi gabbiani.

E inoltre, inoltre

Il mare respira. Il ma-re re-spi-ra!!!

E il mare racconta

Di russalche e sirene,

Di tesori nascosti sul fondo,

Di audaci eroi marini,

«Io ti svelerò un segreto!» –

Mi sussurra il mare in un orecchio. –

«Io sono vivo. Io sono vivo!

E da tanto vivo in una conchiglia».

Un’eco sorda risponde al cuore.

Io sono felice, rido, perché

Ho il mare in tasca.

Se vuoi – lo spartirò con te!

 

2019

 

La mia anima vuole tanto la primavera

 

La mia anima vuole tanto la primavera:

Che canta, che fiorisce, che risuona,

Di cui tutti di colpo s’innamorano –

Che attrae coi tulipani e la minosa!

Sento il mormorio del ruscello

E il disgelo che già gorgheggia.

Un raggio di sole annuncia che marzo

È fra due settimane e mi accarezza.

Moltiplico tre per sette e sorrido,

E un uccello canta: «Non è lontano!»

Scaccio l’angoscia e la sfiducia,

La felicità è a portata di mano.

Febbraio ormai ha i giorni contati.

Già scricchiola la crosta di neve.

La mia anima vuole tanto la primavera:

Bella, tenera, quella che ora viene!

 

2019

 

Ferma l’orologio

 

Ferma l’orologio. E bevi a gocce l’estate –

Denso e dolce liquore di pera.

Chiudi gli occhi. Diventa vento un istante –

Sei avvolto da un’aura leggera.

Fa’ un bel respiro. Metti ordine

Nel cuore, nell’anima, nella mente.

Guarda: in cielo miriadi di stelle,

Come tante caramelle argentee.

La luna è aguzza come una scimitarra.

Ti ammicca come nell’infanzia, guarda!

Inebria il dolciastro stramonio,

Oltre il fiume il rigogolo canta.

Le fusa del gatto nel fienile,

Scintillano le lucciole dorate.

E un cutter solitario è ormaggiato.

E l’eco di voci ignorate…

Celare un tesoro in un barattolo,

Chiuderlo e fasciarlo con un nastrino,

E nel freddo e nebbioso autunno

Aprirlo piano nel silenzio del mattino.

E tornare nell’ubriacante agosto,

Dove le api fanno il miele di bosco –

Sicuro rimedio per tutti i malanni.

E dove il rigogolo canta nascosto.

Se sei triste, fa’ di limone un infuso,

In un caldo plaid avvolgiti in fretta,

E, lontano da sguardi indiscreti,

Ammira ogni minuto l’estate!

 

2019

 

Io non mi pento di nulla

 

Io non mi pento di nulla,

Né in tutto, né in parte.

Forse, in quei momenti,

Mi sorrideva la felicità…

Forse in quei minuti

Era necessario

Seguire quelle strade,

Benché senza ritorno.

La vita una volta sola viene,

Le gioie sono fugaci…

Il filo sottile si spezzerà,

A un tratto si spegnerà il sole…

Ma da un paese lontano,

Oltre l’illusorio orizzonte,

Io casualmente ricorderò

Le improvvisazioni del destino.

Vivete, amate, rischiate,

Vi va di cantare? cantate!

E non cercate l’essenza

In ogni nota cantata.

Ahimé, il tempo non ritorna,

Né l’acqua che è passata.

Io non mi pento di nulla.

E fate così anche voi!!!

 

26.06.2019

 

Date la libertà alle parole

 

Date la libertà alle parole. Non a quelle offensive, brutali.

Ma a quelle che scaldano l’anima, semplici, abituali,

Nelle quali c’è tenerezza e affetto, parole

Per riscaldare il cuore, come una tazza di latte le gole.

Date la libertà alle parole. Non tacete. Non tardate.

Il tempo è fugace: corre, corre all’impazzata…

Parlate ai cari di sentimenti e del vostro amore,

Perché essi vi ascoltino con tutto il cuore,

E in risposta possano ripeterle anche loro.

Ditele per la notte, a pranzo e all’aurora.

Date la libertà alle parole. Chiamate in questo istante.

Domani può non esserci. E allora con grido assordante

In «dopo» e «fino a» le vostre vite saranno spezzate…

Se c’è cosa dire, vi prego, le parole non lesinate!!!

 

2019

 

 

 

 

Apro gli occhi e ho cinque anni

 

Apro gli occhi e ho cinque anni.

E i problemi non pesano affatto.

All’asilo porto un po’ di caramelle,

Oggi gli auguri tutti mi hanno fatto.

I parenti mi tirano le orecchie,

E ci sarà un brindisi, mi loderanno.

E il «Buratino» col «gas» berremo,

E una bambola mi doneranno.

Soffierò sulla torta con cinque candeline

Nell’abito cinese comprato «sotto banco».

Mi dirà papà: «Su, fa’ un bel sorriso»,

E poi premerà il pulsante ogni tanto.

E dopo andremo nel parco,

Dove il mio pony mi attende,

Dove guarderò a bocca aperta

Il vento che le nubi disperde…

 

…Ho trentasette anni. E la famiglia accanto.

E musica, torta, brindisi, candele.

Tutti in coro mi fanno gli auguri,

Risuonano parole e frasi sincere.

Trucco, acconciatura e rossetto intonato.

E indosso un nuovo vestito.

Papà fotografa con l’«high phone»,

Io brillo di felicità e sorrido.

Eppure più spesso voglio essere là –

Nel paese dell’infanzia, dov’è il mio pony,

Dove la vita è come acqua di fonte,

E il mondo è davanti, con tutti i miei doni.

Là dove non c’è tradimento e menzogna,

Il gusto è più spesso dolce che amaro.

Dove in un angolo della mia anima

Vive la bimba di cinque anni che tanto amo.

 

2019

 

Non costringete le donne ad aspettare

 

Non costringete le donne ad aspettare!

Per le donne non ha prezzo il tempo.

E l’attesa, tu non ci crederai,

Vale quanto il vostro tradimento.

Per noi conta sentire il calore

Anche ora e in tanti momenti.

Che qualcuno ci prenda sotto l’ala,

Ci stringa al petto e un rifugio diventi,

Senza problemi, dove ci capiscono,

Condividendo gioia e dolore,

Dove belle parole troveranno,

Dove sentiremo un tenero calore.

Dove «noi» conta assai più di «io»,

Dove ha sempre fuoco la passione,

E il suolo per fortuna è beato,

E i problemi non fanno impressione.

 

Non costringete le donne ad aspettare.

Per le donne l’attesa è una disgrazia.

Trovate il tempo per una carezza

E sostituite la noia con la grazia.

Trovate una paio di belle parole.

Sì! Amare le donne da impazzire.

Un vostro complimento, un fiore…

La dama del cuore si sentità languire.

Ebbene, che vi costa invitarla

Al cinema o anche a teatro,

Comprarle un piccolo regalino

O fare un suo desiderio appagato?

E la pellicola della vita svolgere,

E come all’inizio invaghirsi di lei!…

Non costringete le donne ad aspettare.

Sappiate, la loro pazienza eterna non è…

 

2020

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jan Kasprowicz (1860-1926)

Jacek Malczewski: Ritratto di Jan Kasprowicz

Jacek Malczewski: Ritratto di Jan Kasprowicz

 

 

Jan Kasprowicz (1860-1926), poeta, drammaturgo, critico, traduttore, uno dei principali rappresentanti del neoromanticismo polacco, noto sotto il nome di Młoda Polska (Giovane Polonia).

Nelle sue prime opere si avverte l’influenza del romanticismo inglese e della filosofia tedesca, ad esempio nel poema Giordano Bruno (1884), successivamente fu vicino al naturalismo, affrontando la tematica contadina, come nel ciclo di poesie Dal casolare (1887): 40 sonetti, scritti nella prigione di Wrocław, ove era stato rinchiuso per la sua partecipazione a organizzazioni giovanili clandestine socialiste. Ricordiamo anche le opere filosofico-religiose, quali Cristo (1890) e Anima lachrymans (1894). Dal 1891 Kasprowicz aderì al modernismo, tra l’altro con le raccolte Amore (1895) e Il cespo di rosa canina (1898), considerata uno dei capolavori di questa corrente, che fa di Kasprowicz il principale rappresentante del simbolismo letterario polacco. Il periodo successivo è l’espressionismo, evidente negli inni Al mondo che perisce (1902), Salve Regina (1902), nonché nel poema drammatico Il banchetto di Erodiade (1905) e nel volume di prosa poetica Il valoroso cavallo e la casa che crolla (1906). In questa fase della creazione di Kasprowicz è significativa l’influenza del folclore e del primitivismo popolare, come ad esempio nella Ballata del girasole (1908), e in seguito del francescanesimo, come negli Istanti (1911) e Il libro dei poveri (1916).

Nella mia versione pubblico qui i 4 sonetti che danno il titolo alla raccolta Il cespo di rosa canina. Da notare come quest’opera di Kasprowicz sia intrisa di simbolismo e di impressionismo. Quest’ultimo è evidente soprattutto nella descrizione del paesaggio in diverse ore del giorno, nonché nel gioco dei colori e della luce. Viene in mente il ciclo di quadri di Claude Monet La cattedrale di Rouen, dipinta in varie ore del giorno.

I poeti della Giovane Polonia cercavano spesso ispirazione nella natura. Le loro descrizioni diventavano simboli delle sensazioni interiori o delle loro riflessioni. I 4 sonetti in questione non sono quindi soltanto poesia del paesaggio, ma soprattutto una rappresentazione simbolica della lotta per la sopravvivenza. La rosa sopravvive, malgrado l’aridità del terreno e le condizioni atmosferiche avverse dei monti Tatra, dove il cespo cresce. La rosa è una allegoria dell’uomo, che nonostante le avversità del destino lotta per sopravvivere. Ad essa è contrapposto il cembro che giace tarlato e coperto di muffa – simbolo del trascorrere del tempo e della ineluttabile fine. Kasprowicz si serve della natura dei monti per illustrare la dualità del destino umano, il dilemma della vita e della morte, del bene e del male, della speranza e della disperazione. La rosa simboleggia l’amore e la vitalità, è sola, pensierosa, assonnata, è consapevole della sua fragilità, teme la bufera e per questo cerca riparo stringendosi alla fredda roccia, alla fine si addormenta coperta dalla rugiada. Il cembro che le giace accanto è il secondo protagonista di questi sonetti. Tarlato, ammuffito, abbattuto dal vento durante la bufera, è il simbolo della vecchiaia, della morte, del disfacimento – la sconfitta dell’uomo ad opera delle ineluttabili leggi di natura. La fine dell’esistenza del grande e forte cembro e la resistenza della rosa sopravvissuta alla tempesta, suggeriscono una interpretazione filosofica: condizione per sconfiggere le avversità del destino non è la forza fisica, ma la forza spirituale, la consapevolezza della fragilità dell’esistenza e la gioia di vivere ogni momento.

 

 4 sonetti “Il cespo di rosa canina” di Jan Kasprowicz tradotti da Paolo Statuti

 

                        I

Tra scuri ammassi di detriti,

Un cespo di rosa canina

I grigi macigni arrossa,

Là, tra gli stagni insonnoliti.

 

Ai suoi piedi un rigoglio erboso,

Un groviglio di pini nani

Fa da bordo ai grandi massi,

Di fianco a un picco scivoloso.

 

 

 

 

Pensoso, assonnato, solitario,

Della fredda parete al riparo,

Il cespo sa d’essere indifeso.

 

Silenzio… Anche il vento è fermo,

Soltanto un cembro si corrode

Accanto alla rosa disteso.

 

                     II

 

Il sole nell’aria cristallina

Illumina le rocce di granito,

Il bosco scuro è avvolto

Da una lieve nebbiolina.

 

Scroscia sulle rocce il torrente,

Corre come cintura argentata,

Attraverso la nebbia e l’azzurro

Come un sospirar si sente.

 

Negli anfratti, nel quieto riparo,

Tra le creste al sole arde chiaro

Il cespo di rosa nel frusciare…

 

Si stringe alla rupe timoroso,

E il cembro dalla muffa è roso,

Steso dal soffio del temporale.

 

 

 

 

 

 

 

                      III

 

Paure! Sospiri! Amarezze

Pervadono l’inconsapevole

Immensità dell’aria!… Lassù,

Alla luce e all’ombra delle vette

 

Un branco di camosci bruca;

Avido di voli ultraterreni

Un uccello spiega le sue ali.

La marmotta fischia in una buca.

 

Tra erbacce e rami abbattuti,

Rimpianti, diletti perduti,

Si stringe il cespo della rosa.

 

Accanto, vittima del fato –

Il cembro a terra rovesciato

Dalla bufera furiosa.

 

                        IV

 

O lamenti! O sospiri dolorosi!

O strani, arcani timori!…

Un fresco profumo di erbe

Dai campi tra i monti rocciosi.

 

Echi di suoni nell’aria,

Quasi fossero d’altri mondi,

Scorrono sulla rugiada

Che il velluto dei campi ripara.

 

 

 

Il cielo si tinge di giada,

L’umido bianco della rugiada

Brilla sui fiori del cespo.

 

E un quieto soffio le gocce

Fa scendere lente sul cembro,

Che giace corroso e riverso…

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

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